ANTEPRIMA

TOKIRO

Nei meandri della mente

di Elias Vane

WELCOME

Nel cuore dello sprawl oppressivo di Tokiro,

i grattacieli si ergevano come mura di metallo, mentre un mare di neon danzava sinistramente, riflettendosi sulle lacrime diluviali che bagnavano le strade. In questo scenario dominava un imponente ologramma, che attirava l’attenzione mentre una voce profonda e inquietante echeggiava da esso, accompagnata da immagini tridimensionali dai colori saturi animate con una fluidità quasi organica. «Sei stanco di restare prigioniero della tua mente?» sussurrava, permeando ogni angolo. «Hai desiderato sfuggire ai tuoi incubi, guarire la tua mente una volta per tutte?» La pubblicità del MindScape Medic-07 riecheggiava nella testa di George, fino a svanire lentamente, mentre il suo sguardo si posava sul mare illuminato di NeoBay. Il riverbero ossessivo delle luci che la città proiettava sull’acqua. Ogni bagliore si rifrangeva e si spezzava sulle onde, pulsando come se NeoBay respirasse, come se ogni led fosse il battito cardiaco, il segnale vitale di una creatura enorme, viva. E forse, sotto tutto quel luccichio, profondamente malata. Il lunapark che caraterizzava NeoBay, padroneggiato dalla sua ruota panoramica ,si muoveva come un animale colorato, trascinando le sue luci in una sinfonia di suoni sintetici. Era una festa stanca, una festa per nessuno. Lui la osservava da quassù, senza riuscire a crederci davvero. Tutto era troppo programmato per sembrare reale. Le giostre giravano sempre alla stessa velocità, come se qualcuno, da qualche parte, avesse deciso che perfino la felicità dovesse rispettare un preciso numero di giri al minuto. George, invece, aveva la sensazione di assistere a qualcosa a cui non apparteneva più, abbastanza lontano da sentirsi escluso e abbastanza vicino da non riuscire a salvarsi. La gola era secca, la testa pesante, le mani troppo tremanti per restare ferme. Prese una bottiglia di Carménère dal dispenser, riconoscendola dal tappo nero e dal codice a barre fluorescente inciso sul collo. Quando il sigillo si aprì, il sibilo fu quasi elegante, un piccolo soffio d'aria che spezzò il silenzio dell'appartamento. Il liquido scese nel bicchiere, lento e denso come olio, troppo lucido per essere soltanto vino. Era un blend di algoritmi e aromi, una bugia confezionata per chi aveva smesso di cercare la verità, un abbraccio artificiale capace di ingannare il cervello per qualche istante. Bevve. Le prime note di cacao e vaniglia gli salirono subito al palato. Erano troppo dolci, troppo perfette. Sapevano di qualcosa di lontano, di un ricordo che avrebbe voluto avere il coraggio di dimenticare. Il nodo alla gola si strinse, mentre i ricordi cominciavano a sbocciare nella sua mente come rose in pieno inverno. Alzò lo sguardo. Il fumo della e-cig si sollevava davanti ai suoi occhi, si arrotolava su sé stesso e si dissolveva lentamente nell'aria, formando spirali leggere che sembravano non appartenere a quel mondo. Le seguì con lo sguardo, finendo per chiedersi quanto sarebbe stato facile dissolversi allo stesso modo. Bastava un ultimo impulso. Una caduta lenta, quasi dolce, e tutto sarebbe finito senza drammi, senza rumore, senza lasciare altro che silenzio. In quell'appartamento sospeso tra il mondo reale e la rete, ogni cosa sembrava appartenere a una realtà costruita. Ogni cosa, tranne il dolore. Il respiro si fece più pesante. Lasciò ricadere lentamente la testa all'indietro, il bicchiere ancora stretto tra le dita, il braccio ormai abbandonato lungo il fianco. Gli occhi rimasero fissi sul soffitto, mentre le luci al neon filtravano attraverso le persiane socchiuse, disegnando lunghe linee orizzontali sulle pareti, sul pavimento e sul suo volto, cicatrici di luce che sembravano incidere il silenzio della stanza. Bevve ancora, lasciando che il vino gli scivolasse in gola, e quando il bicchiere tornò lentamente verso il tavolo il suo sguardo incrociò il riflesso della finestra. Jolie era lì, appena dietro la sua spalla. O almeno così sembrava. Un volto sfocato, un'ombra eterea sospesa nel vetro, che sembrava respirare insieme alla stanza. Era troppo nitida per appartenere soltanto a un ricordo e troppo irreale perché potesse trovarsi davvero davanti a lui. Si mosse con la grazia di un sogno, avvicinandosi a lui con un passo lieve, un movimento fluido e delicato che solo lei conosceva. Iniziò a danzare attorno a lui, la mano che si staccava dall’aria per sfiorargli il viso, appena un soffio, un tocco tremolante, prima di perdersi di nuovo nella sua sinfonia di luci e colori liquidi. Svanì laddove lui non osava guardare, nascosta nel silenzio dei suoi timori, nella paura che nulla fosse reale, lasciando dietro sé solo un vuoto carico di assenze. Il suo nome era un sussurro impigliato sulla lingua, una parola strozzata, un’eco mai pronunciata. Eppure, eccola lì, gli occhi fissi su di lui, sempre gli stessi. Quegli occhi che continuano a cercarlo, anche quando li chiude, anche quando il buio lo inghiotte e lo schiaccia. Il bicchiere gli scivolò dalle dita. Il vino si sparse sul pavimento, lento, un’ombra cremisi che si allargava, vivida, pulsante come una ferita aperta. Il tempo si fece pesante, denso, come se ogni secondo si allungasse in una lama sottile che penetrava, scavava, infilzava l’anima. Le luci esterne si affievolivano lentamente, lasciando che le ombre si allungassero come dita fredde sulle pareti scrostate della stanza. La testa girava, lenta e pesante, come un vecchio meccanismo arrugginito che stenta a trovare il suo ritmo. La realtà si piegava, si contorceva, si sfaldava in mille frammenti, dissolvendosi come nebbia al primo sole.

Tokiro
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